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(Thanks to Thomas Reichart)
La pietra lavica un tempo come oggi, è impiegata nei paesi etnei come materiale di costruzione o a scopo puramente decorativo. Una volta, quando ancora i cavalli erano l’unico mezzo attraverso il quale ci si spostava dalle campagne alle città, si costruivano con questa pietra nera gli abbeveratoi che possiamo ancora trovare per le vie di molti paesini; e ancora strade, muretti a secco, torchi. A lavorare questo splendido dono di natura, erano gli scalpellini, abili artigiani che con l’ausilio di semplici strumenti quali lo scalpello, la mazzola, la subia, lo scapezzino, davano forma a manufatti di ogni genere. Un duro lavoro il loro, in auge nell’ottocento e che oggi va scomparendo a causa della tecnologia che sembra non avere più bisogno delle loro mani esperte. Ma se oggi, la maggior parte dei paesi della zona etnea sono costellati di magnifiche costruzioni di pietra nera che da ogni parte ci invidiano, è grazie alla loro esperienza e conoscenza del materiale che utilizzano. Loro stessi si recavano presso le cave di pietra lavica, le famose “Pirrere”, per ricercare la pietra di buona qualità, quella più semplice da lavorare per le decorazioni, o quella più resistente per le costruzioni. Gli scalpellini più abili provenivano e provengono dalle zone di Milo, Randazzo, Trecastagni, Paternò, dove le colate laviche si sono sempre susseguite nel corso dei secoli. Speriamo non debba mai tramontare l’arte di lavorare manualmente la pietra lavica, lavoro sì duro, ma che ci regala dei manufatti belli ed originali, modellati interamente dalle mani di un uomo.
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